Chirurghi sulla difensiva per timore di essere trascinati in tribunale. Il rischio preoccupa di più i giovani medici e con meno esperienza sulle spalle. E la paura si traduce in maggiori prescrizioni di test, trattamenti e visite specialistiche o porta a evitare procedure rischiose per sottrarsi alle accuse di malpractice. A rivelarlo è l'indagine promossa dalla Società italiana di chirurgia (Sic) tra luglio e novembre 2008 e coordinata da Gabrio Forti, ordinario di Diritto penale e criminologia nella Facoltà di giurisprudenza dell'Università Cattolica di Milano e direttore del Centro studi "Federico Stella", e Maurizio Catino, sociologo dell'Università di Milano-Bicocca.
Secondo l'analisi, che è stata presentata oggi nel corso di un convegno e che ha raccolto le risposte di 300 professionisti su un campione di mille camici bianchi, il 77,9% dei chirurghi italiani dichiara di aver adottato almeno un comportamento di medicina difensiva durante l'ultimo mese di lavoro (di questi il 40% ha praticato medicina difensiva negativa). E la percentuale sale al 92,3% tra i chirurghi che hanno dai 32 ai 42 anni, contro il 67,4% dei colleghi più anziani (tra i 63 ed i 72 anni). L'82.8% del campione confessa poi di aver inserito in cartella clinica annotazioni evitabili, spinto dalla preoccupazione di problemi medico-legali, mentre il 69.8% ha proposto il ricovero di un paziente, gestibile ambulatoriamente, in ospedale. Il 58,6% dei professionisti intervistati ammette, inoltre, di aver richiesto il parere di altri specialisti e il 61,3% di aver prescritto più esami diagnostici (il 13.8% ha richiesto, da 1 a 6 volte, procedure invasive al paziente). Senza contare i camici bianchi (51,5%) che hanno prescritto farmaci non necessari e quelli (26,2%) che hannoescluso pazienti a rischio da alcuni trattamenti.
La maggior parte dei comportamenti di medicina difensiva adottati dai chirurghi deriva poi dal timore di un contenzioso medico-legale: ad ammetterlo è l'80,4% degli interpellati. Ma a incidere molto sulle scelte dei camici bianchi è anche l'influenza di precedenti esperienze di contenziosi sia personali (51.8% dei casi) che altrui (65.7). Il 59,8% teme poi una richiesta di risarcimento, mentre il 43,5% si preoccupa della pubblicità negativa dei media. «Anche in italia - ha spiegato Enrico De Antoni, presidente Sic - sta prendndo piede una medicina sempre più parametrata sul rischio medico legale, anziché sulla cura del paziente. Se stiamo assistendo a un problematico calo d'interesse dei giovani alla chirurgia, uno dei motivi è proprio il problema medico-legale». È giusto, che i medici siano puniti quando sbagliano, ha aggiunto Rocco Bellantone, segretario generale della Sic, «ma occorre anche che siano messi nelle condizioni di lavorare serenamente». Bellantoni sottolinea poi la necessità che «anche l'Italia introduca nei propri codici norme specifiche per l'atto medico in grado di punire il dolo e diversificarei livelli di colpa in rapporto alle difficoltà mediche».
La seconda parte dell'indagine si concentrerà proprio su questo aspetto. «Sono allo studio diverse tipologie di soluzione arbitrale - ha sottolineato Francesco D'Alessandro, associato di Diritto penale commerciale all'Università Cattolica di Milano - in Italia, per casi di errori medici, 3 processi su 4, infatti, finiscono davanti al giudice penale: c'è uno sbilanciamento rispetto al civile». Il presidente della Fnomceo, Amedeo Bianco, è chiaro: «Non vogliamo creare aree di impunità ma assicurare più garanzie non solo ai medici, ma anche ai cittadini che sono alle prese, il più delle volte, con tempi di risarcimento lunghissimi. C'è bisogno di soluzioni rapide, non per togliere diritti ai cittadini ma per garantirli meglio». Uno dei punti più delicati riguarda senz'altro il consenso del paziente ai trattamenti. Qui la ricetta della Fnomceo è una sola: «un differente inquadramento giuridico» del reato di cui potrebbe rendersi responsabile il medico che interviene senza il via libera del paziente. Secondo Bianco, infatti, il reato, pur restando nella sfera del penale, potrebbe essere inquadrato «come violazione dell'autodeterminazione del paziente», anzichè configurarsi, come giá avvenuto in passato, come «omicidio preterintenzionale». Si tratta di «un differente inquadramento, di una derubricazione della pena». Fonte: Federfarma-Sole24ore